Pensavate fosse l’Italia il paese più economico dal punto di vista enogastronomico? Non è così secondo il report diffuso da Eurostat, da cui si evince che i prezzi italiani sono superiori a quelli medi di Germania e Belgio, rimanendo in linea con quelli francesi. I prezzi italiani medi per cibo, bevande non alcoliche e tabacco sono più alti di 9 punti rispetto alla media europea.

Secondo l’Eurostat, si spende di più per cibo e bevande in Danimarca (145% rispetto al 100 della media UE a 28), mentre è la Polonia il paese più economico da questo punto di vista. In Italia si spende il 21% in più rispetto agli altri paesi dell’Ue per latte, formaggi e uova, il 18% per pane e cereali, il 12% per la carne, l’8% per il pesce. Il paese più caro per i soli alimenti invece è la Svizzera.

A motivare i dati è Coldiretti. “La ragione del differenziale più elevato per i prezzi dei prodotti alimentari va ricercata in Italia nelle distorsioni di filiera con i prezzi che aumentano in media quasi del 500% nel passaggio degli alimenti dal campo alla tavola. Una analisi che riflette numerosi fattori che vanno dalla situazione economica generale dei Paesi alle abitudini a tavola ma che dipende anche dalle caratteristiche del sistema agroalimentare delle diverse realta’. I prezzi alla produzione agricola per alcuni prodotti come i cereali sono spesso determinati a livello comunitario se non addirittura internazionale”

Una delle cause dell’innalzamento dei prezzi in Italia è il modello di sviluppo industriale adottato dall’ultima generazione, quest’ultima “responsabile della perdita di oltre un quarto della terra coltivata (-28%) per colpa della cementificazione”.

“Per proteggere la terra e i cittadini che vi vivono, l’Italia – sostiene la Coldiretti – deve difendere il proprio patrimonio agroalimentare con un adeguato riconoscimento sociale, culturale ed economico del ruolo dell’attività agricola. La deflazione dei prezzi agricoli ha avuto effetti devastanti nelle campagne italiane dove i prezzi riconosciuti agli agricoltori crollano mediamente di circa il 6% nel 2016 ed in alcuni casi come per il grano non coprono neanche i costi di produzione”.