Un’Isola nell’Isola. A Mozia il vino  Tasca d’Almerita, un vino di storia: dal Regno Unito alla Sicilia.

Una piccola isola, nell’Isola, all’interno della Riserva naturale dello Stagnone di Marsala. Un ecosistema unico che racconta una pagina della storia della Sicilia, attraverso i Fenici, una vigna e una famiglia inglese.

Circondata da una distesa bianca e piatta, il paesaggio delle Saline descrive l’economia che dal primo millennio a.C. ruota intorno alla paziente e storica raccolta del sale. Una barca a fondo piatto è l’unica via “autorizzata all’attracco” sull’isolotto di San Pantaleo un tempo collega
to da una sottile lingua di terra, una strada ormai sommersa, che permetteva il transito a piccoli carretti.

A Mozia si intrecciano le vicende di due famiglie – Tasca d’Almerita e i Whitaker provenienti dal Regno Unito – sullo sfondo dell’ecosistema costiero dove i vigneti hanno giocato un ruolo fondamentale. Nel diciannovesimo secolo, il commerciante nonché archeologo dilettante, Joseph “Pip” Whitaker diede il via ai primi scavi archeologici che restituirono al mondo i fasti dell’antica colonia fenicia e piantò le vigne sull’isola coltivate dai mezzadri che provenivano dalla terraferma, per produrre un vino che potesse competer con il Madeira e il Porto, che le navi inglesi in quell’epoca trasportavano per l’Europa.
Le sue intuizioni si rivelarono corrette: l’isola restituì autentici capolavori, come la sensuale statua del giovinetto di Mozia, probabilmente portata nell’isola dai Cartaginesi. E ancora monumenti come il Kothon, la Porta Nord, il circuito delle mura, il Santuario del Cappiddazzu, il Tofet, la Casa dei Mosaici sono alcuni reperti visitabili tra le vigne antiche.

Nella magia di questo contesto c’è la particolarità dei vigneti di Mozia, un ecosistema unico legato alla conformazione del terreno di Mozia (roccia calcarea, argillosa morbida e friabile), alle condizioni climatiche e al vento. Oggi su 40 ettari complessivi circa 8 sono coltivati a Grillo secondo principi e modalità agricole nate secoli fa. Agricoltura biologica, non irrigua, riserva naturale, tutelata dalla Soprintendenza ai Beni culturali. Una vigna coltivata ad alberello, per ripararsi dal vento costante che allo stesso tempo mitiga l’umidità marina notturna.

Parte dei vigneti hanno più di quarant’anni. Altri sono stati reimpiantati con la supervisione dell’Istituto Regionale del Vino e dell’Olio di Sicilia. Nel corso del 2012, condizioni climatiche particolari e l’assenza di “nemici naturali” hanno favorito il proliferare di conigli selvatici, che hanno compromesso completamente la produzione e distrutto circa la metà del vigneto (reimpiantato nel 2013).

Il momento della raccolta rende questi luoghi un’esperienza che ricorda la magia di tempi passati. L’uva viene trasferita immediatamente sulla terraferma su barche a fondo piatto. Un viaggio che pazientemente quest’anno ha portato a destinazione 1650 cassette. Caricata in compartimenti di raffreddamento di mezzi termocondizionati che portano subito le cassette a Regaleali, dove rimangono fino al mattino dopo, quando il processo di vinificazione ha inizio. Il risultato finale è un vino pieno di storia.