Individuare i vitigni autoctoni coltivati nel IV secolo nella zona di Piazza Armerina (Enna). Da qui prende le mosse il progetto che domenica 5 luglio è stato presentato all’Expo presso il Padiglione Italia. Il “vino di Polifemo”, così potremo battezzarlo, è un vino che secondo vari studiosi e le ricerche del direttore del Museo di Camarina si produceva dal IV secolo avanti Cristo nelle fattorie della località allora chiamata Kamarina e che nel I secolo dopo Cristo si beveva da Cartagine a Pompei. Un vero e proprio progetto di archeologia enologica. “A Camarina – spiega Giovanni Di Stefano, direttore del Museo – esisteva un impianto di produzione del vino, una vera e propria fattoria con i torchi, le vasche ed il vicino vigneto. Questo vino era venduto all’agorà dove è stato rinvenuto un deposito di circa ottocento anfore”.

Da qui la produzione oggi di quello che è ritenuto il vino di allora, il “Mesopotamio” chiamato perché si produceva nella pianura tra due fiumi, l’Ippari e il Dirillo, e che viene ritenuto l’antenato del Cerasuolo di Vittoria. Ma all’Expo si è anche parlato del progetto di un vigneto didattico fra Sicilia e Tunisia al Parco di Selinunte e dell’operazione che ha portato alla ripresa della vinificazione del Diodoros, il vino della Valle dei Templi, che si produceva anticamente dai vigneti sotto il tempio di Giunone. Il Diodoros è un vino che nasce nel cuore del Nero d’Avola e che ha già visto la prima produzione nel 2012 con seimila bottiglie. Si tratta di Nero d’Avola al 90%, e per il resto Nerello Cappuccio e Nerello Mascalese, affinato due mesi in vasca e dieci mesi in barili di rovere.